Sotto la montagna più alta dell’Appennino convivono da decenni una doppia galleria autostradale, un acquifero carsico per l’approvvigionamento idrico e i laboratori sotterranei dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Questa coesistenza è nata in un tempo in cui le normative ambientali non esistevano ancora, e ha prodotto, nel tempo, conflitti crescenti tra esigenze tecniche e tutela ambientale, fino ad arrivare a ben due procedure di infrazione europea e alla nomina di due distinti Commissari Straordinari.

Il progetto del traforo del Gran Sasso prende il via nel 1968, e nel 1984 viene completata la prima galleria stradale. L’occasione offerta dallo scavo della galleria, che intercettava porzioni profonde e inaccessibili dell’acquifero carsico, fu colta come un’opportunità per realizzare opere di presa: prende quindi forma anche il sistema di captazione delle acque, destinato a rifornire centinaia di migliaia di cittadini.
Nel 1979 nasce l’idea di utilizzare lo scavo tra le due gallerie per ospitare un grande laboratorio sotterraneo di fisica; i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) entrano in funzione nel 1987. Negli stessi anni viene realizzata la seconda canna autostradale, completando il sistema come lo conosciamo oggi.
Con la Legge Quadro sulle Aree Protette n. 394/1991 nasce il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, ma la sua istituzione operativa è avvenuta ufficialmente nel 1995. L’area protetta si estende oggi su circa 150 mila ettari, includendo integralmente l’acquifero carsico e i versanti attraversati dalle gallerie del traforo.

Negli anni, parallelamente all’emergere di una crescente sensibilità ambientale collettiva, l’ordinamento europeo si arricchisce di nuovi strumenti di tutela:
Il mancato rispetto di alcune norme ha portato l’Unione Europea ad avviare Procedure di Infrazione nei confronti dell’Italia:

A questo quadro si aggiungono gli eventi di contaminazione delle acque verificatisi negli anni, riconducibili ad attività sperimentali all’interno dei laboratori del Gran Sasso e alle attività di pulizia delle gallerie autostradali, che in più occasioni hanno compromesso temporaneamente l’utilizzo potabile dell’acqua.
È importante sottolineare come la coesistenza di un laboratorio di fisica nucleare, di un acquifero strategico e di un’infrastruttura autostradale così come le conosciamo oggi, all’interno di un’area protetta, probabilmente non sarebbe mai stata autorizzata secondo le normative attuali. Il quadro normativo ambientale, infatti, si è consolidato solo molti anni dopo la realizzazione delle opere principali, ed è proprio qui che si innesta il cortocircuito: come si valutano e mitigano gli impatti di strutture e infrastrutture che sono già operative da decenni, a stretto contatto con le più importanti captazioni idriche della Regione, all’interno di un Parco Nazionale?
Per rispondere a questa domanda, nel 2003 il governo nomina il primo Commissario Straordinario, e nuovamente nel 2019 (poi sostituito nel 2023) con il compito di garantire la sicurezza idrica del sistema Gran Sasso. Nel 2022 viene istituita una seconda figura commissariale, stavolta per la messa in sicurezza antisismica e funzionale delle gallerie, con competenza su progettazione, appalti e realizzazione delle opere, incluse le valutazioni ambientali.

La progettazione degli interventi sul traforo del Gran Sasso si fonda su un insieme articolato di conoscenze scientifiche: idrogeologia, ingegneria, ecologia. Negli ultimi vent’anni il ruolo dei cittadini si è trasformato, e comitati, associazioni e esperti hanno contribuito a porre domande e a sollevare quesiti rilevanti su ciascuno di questi temi.
Un passaggio spesso trascurato, ma centrale per comprendere la crescente attenzione dell’opinione pubblica verso l’acquifero del Gran Sasso, è legato al disastro ambientale di Bussi del 2007. A seguito della scoperta dell’inquinamento dei pozzi, le autorità furono costrette a ridurre drasticamente l’utilizzo delle fonti locali e a fare pieno affidamento sull’acquedotto che già convogliava l’acqua delle sorgenti del Gran Sasso e del Morrone verso l’area di Chieti–Pescara. Se prima quest’acqua era una risorsa tra le altre, da quel momento diventò la principale garanzia di continuità idrica per una popolazione di oltre 700.000 persone.
Il Gran Sasso, quindi, è oggi considerato un presidio attivo di sicurezza idrica regionale, e questo ha inciso profondamente nella percezione collettiva; nel parlare sempre più spesso di crisi climatica, scarsità idrica, desertificazione, vivere accanto a una delle più importanti riserve d’acqua sotterranea ha acquisito un’importanza fondamentale.
È proprio in questa presa di coscienza che si innesta un paradosso profondo: senza il traforo, l’acquifero non sarebbe mai stato reso accessibile su larga scala. Inoltre, a distanza di decenni dalla loro apertura, quelle stesse gallerie sono diventate un’infrastruttura viaria strategica, ormai quasi indispensabile per il collegamento diretto tra Teramo e L’Aquila e tra l’Adriatico e il Tirreno, un’arteria vitale per i flussi economici e sociali della Regione.
Questa ambivalenza è stata compresa dalla cittadinanza molto più chiaramente di quanto non abbiano fatto talvolta le istituzioni, e ha portato a una forma di sorveglianza civica che non si oppone alla presenza delle opere, ma ne chiede la piena responsabilizzazione.
Chi deve decidere si trova oggi a mediare tra molteplici pressioni, ossia l’adeguamento alle direttive europee, la tutela dell’ambiente, il funzionamento delle infrastrutture, la presenza di un laboratorio scientifico di rilievo internazionale, e le legittime preoccupazioni della cittadinanza. Non esistono scorciatoie né soluzioni semplici, ma è ormai evidente che progettare o gestire infrastrutture complesse richiede una piena integrazione della dimensione ecologica, sociale e culturale dei territori coinvolti. Le norme ambientali, spesso percepite come un vincolo o un ostacolo burocratico, rappresentano in realtà lo strumento che consente di rendere misurabile e condivisa la complessità delle scelte da compiere. Non possono essere retroattive, ma possono e devono essere il riferimento per orientare con rigore e responsabilità ogni scelta futura.
