www.ecoview.it

Il rumore come pressione ambientale

Il rumore è una delle forme più comuni e meno percepite di alterazione ambientale. Non lascia tracce visibili, eppure incide profondamente sul modo in cui abitiamo, attraversiamo e percepiamo i luoghi.

Cos’è il rumore?

Il suono è un fenomeno fisico: nasce da una vibrazione che si propaga in un mezzo sotto forma di variazioni di pressione. Il rumore, invece, è definito dal contesto in cui il suono si manifesta; in termini generali, può essere considerato un suono indesiderato, disturbante o potenzialmente dannoso.

Il parametro più noto per la misura della pressione sonora è il decibel (dB), che ne esprime il livello rispetto a una pressione di riferimento, convenzionalmente pari a 20 μPa, che corrisponde alla soglia minima di udibilità umana a 1 kHz. Questo significa che il decibel non misura una quantità assoluta, ma traduce in scala logaritmica il rapporto tra la pressione misurata e la pressione di riferimento.

campo uditivo e soglia del rumore
Campo uditivo e soglie di rischio. Fonte: https://svantek.com/it/accademia/frequenza-del-suono/

I decibel, quindi, misurano il livello sonoro, ma non automaticamente il rumore. Due sorgenti di pari livello possono avere effetti molto diversi a seconda della loro frequenza, della durata, della ripetitività, delle componenti impulsive o tonali. Inoltre, un rumore può essere più o meno accettabile in relazione al contesto ambientale: il livello di pressione sonora prodotto da una cascata è molto alto, ma ovviamente non è percepito come disturbante, perché collocato in un’area naturale.

Rispetto alla frequenza, occorre specificare che il suono non viene percepito allo stesso modo da tutte le specie dotate di apparati uditivi. La misura, perciò, è solitamente corretta attraverso una curva di ponderazione, vale a dire un filtro che attenua o valorizza determinate bande di frequenza per rappresentare meglio la sensibilità uditiva del recettore. Per avvicinare la misura alla sensibilità dell’orecchio umano, in acustica ambientale si usa il decibel ponderato "A", indicato come dB(A).

La misura viene effettuata con fonometri che registrano le variazioni di pressione sonora attraverso un microfono e le trasformano in descrittori acustici. La misura dipende dalla classe e dalla taratura dello strumento, dalla posizione del microfono, dalla durata del rilievo, dalle condizioni meteorologiche, dalla presenza di ostacoli o superfici riflettenti e dalla variabilità della sorgente. Per questo, il numero espresso in dB o dB(A) è sempre il risultato di una misura tecnica condotta in condizioni specifiche, e va interpretato insieme al contesto in cui è stato rilevato.

Per capire cos’è il rumore bisogna quindi considerare insieme la fisica del suono, il contesto territoriale, le metriche di misurazione e la percezione dei recettori esposti.

Rumore e antropizzazione

In ecologia si distinguono tre componenti che caratterizzano acusticamente i luoghi: le geofonie, prodotte da fenomeni naturali non biologici come acqua, vento o temporali; le biofonie, generate dagli organismi viventi, come canti, richiami e segnali animali; e le antropofonie, cioè i suoni prodotti dalle attività umane. Nella società contemporanea, l’antropizzazione si riscontra nell’espansione delle superfici urbanizzate e nella contestuale intensificazione degli usi del territorio. Infrastrutture di trasporto, aree commerciali, cantieri, impianti tecnologici e attività ricreative generano contributi acustici differenti, ma concorrono tutti alla costruzione di un paesaggio sonoro sempre più dominato da sorgenti antropiche.

paesaggio sonoro
Componenti del paesaggio sonoro. Fonte: https://www.econscience.earth/soundscape/?lang=en

Il rumore diventa così una componente ordinaria degli ambienti urbanizzati e periurbani, spesso percepita come inevitabile proprio perché associata alla mobilità, alla produzione e alla fruizione degli spazi. In questo senso, il rumore è anche una conseguenza della frammentazione funzionale del territorio: quando sorgenti e recettori si avvicinano, aumenta la probabilità di conflitto acustico.

Il concetto di paesaggio sonoro implica che ogni luogo possieda una propria identità acustica, composta da suoni naturali e antropici, in determinate condizioni fisiche di propagazione. Gestire il rumore significa quindi progettare meglio le relazioni tra attività umane, spazi pubblici e sistemi naturali.

Il rumore nella classificazione europea

Nel sistema europeo di rendicontazione ai sensi della Direttiva Habitat e della Direttiva Uccelli, le principali condizioni che possono incidere negativamente su specie e habitat di interesse comunitario vengono organizzate attraverso una lista standardizzata di pressioni.

All’interno di questa classificazione, il rumore è associato a diverse categorie di pressione, in funzione del settore o dell’attività che lo genera (tabella 1).

CodiceCategoria
PE01Strade, ferrovie e relative infrastrutture
PE08Attività di trasporto terrestre, marino ed aereo generatrici di inquinamento acustico, luminoso o altre forme di inquinamento
PF12Attività e strutture residenziali, commerciali e industriali generatrici di inquinamento acustico, luminoso, calore o altri tipi di inquinamento
PK06Fonti non chimiche miste di inquinamento
PB22Attività forestali generatrici di inquinamento acustico
PC11Attività estrattive generatrici di inquinamento acustico, luminoso o altre forme di inquinamento
PD11Attività di produzione e trasmissione di energia generatrici di inquinamento acustico
Categorie della "Reference list of pressures", utilizzata nel reporting europeo ai sensi della Direttiva Habitat e della Direttiva Uccelli, che riguardano il rumore.

Queste categorie individuano quindi le principali attività antropiche da cui possono derivare problematiche di disturbo acustico per specie e habitat. Il rumore prodotto da trasporti, attività produttive, cantieri, selvicoltura, estrazioni e impianti energetici può interferire con le funzioni ecologiche e generare impatti in relazione all’intensità del rumore, alla sua durata, alla frequenza, al periodo biologico interessato.

Un aspetto particolarmente rilevante è il carattere cronico del rumore prodotto dalle attività umane. Infrastrutture di trasporto, attività industriali e impianti generano condizioni acustiche persistenti o ricorrenti che possono comportare dei cambiamenti sostanziali. Nell’articolo How chronic anthropogenic noise can affect wildlife communities (Kok et al., 2023) si sottolinea come il rumore cronico possa influire sulle comunità animali modificando il comportamento e la fisiologia delle specie che le compongono, con conseguenze dirette o a cascata per altre specie dell'ecosistema. Allo stesso modo, le comunità umane subiscono effetti fisiologici e comportamentali derivanti dall'esposizione al rumore, tra cui privazione del sonno, deficit cognitivi, aumento dello stress e del fastidio.

In questa prospettiva, il rumore non rappresenta soltanto un disturbo percettivo, ma una pressione ambientale capace di modificare il modo in cui gli organismi percepiscono e utilizzano lo spazio, influenzando distribuzione, uso dell’habitat e interazioni tra specie.

Il rumore nelle valutazioni ambientali

Il D.lgs. 152/2006 include il rumore nella nozione generale di inquinamento, inteso come “l'introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell'aria, nell'acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell'ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell'ambiente o ad altri suoi legittimi usi”.

Conseguentemente, il procedimento di Valutazione Impatto Ambientale (VIA) deve includere espressamente una valutazione del rumore, con riferimento a popolazione, salute umana e biodiversità.

A questo quadro generale si affianca la normativa specifica sull’inquinamento acustico. La Legge quadro n. 447/1995 definisce l’inquinamento acustico come “l'introduzione di rumore nell'ambiente abitativo o nell'ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell'ambiente abitativo o dell'ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”.

Quando un progetto interessa siti Natura 2000 subentra anche la Valutazione di Incidenza (Vinca), che considera i principali effetti degli interventi tenendo conto degli obiettivi di conservazione, e quindi anche delle categorie di pressione stabilite a livello europeo e individuate per il sito di interesse. Il problema è che, mentre per l’uomo esiste un sistema relativamente strutturato di limiti, descrittori e procedure, per la fauna non esiste un criterio generale e normativamente consolidato che consenta di misurare o calcolare a quale livello sonoro corrisponda un disturbo significativo. I parametri utilizzati non sono costruiti sulla sensibilità uditiva dei gruppi animali, né tengono conto in modo diretto dei comportamenti specie-specifici o dei periodi biologici sensibili.

frequenze e udibilità
Frequenze e campo di udibilità. Fonte: https://svantek.com/it/accademia/onda-sonora/

Pertanto, allo stato attuale, la normativa impone di considerare il rumore nelle valutazioni ambientali e riconosce anche la possibile rilevanza del deterioramento degli ecosistemi; tuttavia, non fornisce un criterio tecnico generale per quantificare il disturbo acustico sulla fauna analogo ai limiti previsti per l’uomo. Nelle valutazioni ambientali, soprattutto in presenza di siti Natura 2000, aree protette, habitat riproduttivi o specie sensibili, è quindi necessario motivare caso per caso la significatività del disturbo, usando le migliori informazioni disponibili su specie, periodo biologico, distanza dalla sorgente, durata dell’esposizione e possibili effetti cumulativi.

In questo senso, la valutazione del rumore nelle procedure ambientali può essere letta su due livelli. Il primo è quello della conformità acustica, basato sui limiti normativi per i recettori umani e necessario per verificare la compatibilità dell’opera rispetto alla popolazione esposta. Il secondo riguarda la possibile significatività ecologica del disturbo, che diventa pertinente quando il progetto interessa contesti naturalisticamente sensibili, specie tutelate o quando le caratteristiche della sorgente sonora rendono plausibile un’interferenza con la fauna.

Cosa sappiamo dell’impatto del rumore sulle altre specie animali?

Nell’articolo Recommendations for Improved Assessment of Noise Impacts on Wildlife” (Pater et al., 2009), gli autori propongono una serie di raccomandazioni metodologiche per migliorare la valutazione degli impatti del rumore sulla fauna terrestre. Una metrica che non tenga conto delle frequenze effettivamente comprese nel range uditivo della specie non può caratterizzare in modo significativo lo stimolo sonoro per quella specie. Per questo motivo, oltre al livello complessivo in decibel, è spesso necessario descrivere la distribuzione spettrale dell’energia sonora e confrontarla con l’audiogramma della specie esposta.

La ponderazione "A" filtra il segnale secondo la sensibilità dell’udito umano, mentre specie con audiogrammi molto diversi richiederebbero ponderazioni in frequenza costruite sulla loro sensibilità uditiva. L’immagine riporta l’applicazione di una ponderazione riferita agli Strigiformi (Delaney et al. 1999) rispetto allo spettro di un elicottero, che produce un risultato diverso rispetto alla ponderazione "A" umana.

Effetto delle funzioni di ponderazione in frequenza non ponderata, ponderata A per l’uomo e ponderata per gli strigiformi sullo spettro del livello di esposizione sonora (SEL) di un elicottero (Delaney et al. 1999). Le differenze nella ridotta sensibilità alle basse frequenze sono chiaramente distinguibili.

Questo significa che il dB(A), pur essendo indispensabile per la tutela dei recettori umani, non può essere considerato automaticamente rappresentativo del disturbo ecologico. Questa distinzione è particolarmente importante quando si parla di mascheramento acustico, cioè della possibilità che il rumore antropico copra o renda meno percepibili segnali biologicamente rilevanti: richiami di allarme, canti territoriali, segnali riproduttivi, vocalizzazioni genitori-prole, rumori prodotti dalle prede o richiami legati alla presenza di predatori.

Nell’articolo The silent assumption of the masking hypothesis: avian auditory processing and implications for behavioral responses to anthropogenic noise” (Fossesca et al., 2023) gli autori discutono quella che definiscono l’assunzione silenziosa dell’ipotesi del mascheramento: molti studi assumono implicitamente che le specie processino il suono in modo simile e siano quindi esposte a effetti di mascheramento comparabili. Per comprendere le risposte comportamentali e fisiologiche degli uccelli al rumore antropico è necessario considerare il processamento uditivo, le soglie di sensibilità e le differenze specie-specifiche nell’elaborazione del suono. Un rumore che per l’uomo è poco evidente potrebbe esserlo per una specie che usa proprio quella banda di frequenza; al contrario, un rumore elevato in dB(A) potrebbe non avere lo stesso significato per specie che percepiscono o utilizzano porzioni diverse dello spettro.

La letteratura sugli effetti del rumore antropico sulla fauna terrestre è in crescita, ma è ancora marginale. Nell’articolo What is the evidence for the impacts of airborne anthropogenic noise on wildlife? A systematic map update” (Terray et al., 2025) gli autori hanno aggiornato il quadro delle conoscenze sugli impatti del rumore antropico aereo sulla fauna selvatica terrestre e semi-acquatica. Lo studio mostra che gli uccelli rappresentano il gruppo di gran lunga più studiato, con il 64% degli studi, seguiti dai mammiferi con il 22%. Gli autori evidenziano che le risposte più indagate sono il comportamento e la comunicazione vocale, mentre altri effetti, come fisiologia, uso dello spazio, riproduzione e struttura delle comunità, sono trattati in modo meno uniforme.

Il contesto marino, invece, è storicamente più indagato, in quanto molti mammiferi marini dipendono fortemente dal suono per comunicare e orientarsi, e attività come traffico navale e infrastrutture offshore hanno reso necessario sviluppare criteri tecnici specifici per valutare il rischio di danno uditivo o disturbo.

Conclusioni

Questa lunga catena di passaggi — dalla pressione sonora alla misura, dalla misura alla percezione, dalla percezione alla risposta biologica — mostra perché il rumore sia una componente ambientale particolarmente delicata da valutare. Da un lato è misurabile con strumenti precisi e descrittori standardizzati; dall’altro, il suo significato dipende dal recettore, dal contesto e dalla funzione ecologica o sociale dello spazio in cui si manifesta.

Il rumore è un inquinante invisibile, capace però di modificare profondamente il modo in cui uomini e animali percepiscono e utilizzano lo spazio. Non lascia tracce materiali, tuttavia non è scontato che gli effetti ecologici cessino immediatamente con la fine del rumore. Alcuni effetti possono essere reversibili, mentre altri possono persistere se il rumore ha già modificato distribuzione delle specie, interazioni ecologiche o struttura delle comunità.

Considerare il rumore come pressione ambientale significa quindi superare una lettura puramente numerica del fenomeno e inserirlo nella pianificazione come componente della qualità dei luoghi e della funzionalità degli ecosistemi.

Scritto da Irene Petrucci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copyright 2025 Ecoview | Ragione Sociale: Mauro Fabrizio - CF: FBRMRA75E18I804Z - Partita Iva 02045940679