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Abruzzo, il rischio idrogeologico oltre la pulizia dei fiumi

Le piogge intense che hanno colpito Abruzzo e Molise nelle ultime settimane hanno riportato al centro del dibattito pubblico la questione della pulizia dei fiumi. È una reazione quasi automatica ogni volta che un territorio a rischio idrogeologico subisce un’emergenza, perché siamo abituati a concepire i fiumi come canali nei quali meno vegetazione c’è e più efficacemente defluisce l’acqua.

La manutenzione dei corsi d’acqua è un tema complesso, che comprende conoscenze idrauliche, ecologiche e vegetazionali. Il termine “pulizia”, invece, è spesso una scorciatoia linguistica che rischia di ricondurre il concetto a una questione di semplice rimozione di materiale. Il rischio idraulico, infatti, non dipende da un solo fattore, né può essere letto come il risultato meccanico della presenza di vegetazione in alveo. Il quadro che emerge dalla documentazione tecnica e scientifica è più complesso e chiama in causa, insieme, i concetti di pericolosità, esposizione, urbanizzazione, gestione del territorio e qualità degli ecosistemi.

Come abbiamo cambiato negli anni la fisionomia dei corsi d’acqua? Quali sono i problemi che dovremmo risolvere oggi, e quali sono i miglioramenti eventualmente necessari per mitigare il rischio?

Quadro normativo

A livello distrettuale, le Norme Tecniche di Attuazione del PAI Idraulico dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale stabiliscono che nella fascia di tutela integrale devono essere perseguiti obiettivi come la conservazione della naturalità dei corsi d’acqua, l’incremento della sicurezza idraulica e la conservazione della vegetazione spontanea utile al consolidamento degli argini e dei terreni circostanti. Per le fasce P3 e P2 vengono richiamati il mantenimento o recupero delle condizioni di equilibrio dinamico dell’alveo, favorendo l’evoluzione naturale e il mantenimento o miglioramento delle condizioni di invaso della piena. Il fatto che il Piano parli di naturalità, equilibrio dinamico ed evoluzione naturale mostra indirettamente quanto, negli anni, questi elementi siano stati alterati.

Nelle Norme di Attuazione del Piano per il rischio alluvioni del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale si persegue non solo la mitigazione del rischio, ma anche la salvaguardia delle dinamiche idrauliche naturali, con particolare riferimento alle esondazioni e all’evoluzione morfologica degli alvei, nonché il mantenimento e il ripristino dei caratteri di naturalità del reticolo idrografico. Si ribadisce inoltre che la manutenzione del corso d’acqua deve garantire la struttura morfologica, la fascia di vegetazione riparia e la biodiversità.

La cornice legislativa regionale, invece, è la legge 5 aprile 2023 n. 19 “Norme in materia di gestione dei corsi d’acqua e di interventi di manutenzione fluviale a compensazione”. La legge collega esplicitamente gli interventi alla prevenzione del rischio idrogeologico, alla messa in sicurezza fluviale e alla tutela degli equilibri fisico-ambientali. Prevede, infatti, progetti generali di gestione dei corsi d’acqua articolati per unità omogenee, e rimanda a specifiche linee guida regionali per definire tipologie, criteri e modalità degli interventi. Nello stesso impianto rientrano la gestione della vegetazione riparia e di alveo, la manutenzione delle sponde naturali, il ripristino delle opere idrauliche e la valorizzazione del materiale litoide e della massa legnosa residua.

Come è cambiata la fisionomia dei corsi d’acqua

Come evidenziato dal Manuale ISPRA n. 131/2016, “IDRAIM – Sistema di valutazione idromorfologica, analisi e monitoraggio dei corsi d’acqua, il fiume non può essere letto come una semplice sezione idraulica destinata al deflusso, ma come un sistema dinamico in cui alveo, sponde, sedimenti, vegetazione riparia e piana alluvionale interagiscono continuamente. Questa impostazione è importante perché consente di capire come, nel tempo, i fiumi siano stati trasformati non tanto per effetto dell’abbandono o della mancata manutenzione, ma attraverso interventi di rettifica, contenimento e semplificazione della loro morfologia. In questo senso, la fisionomia dei corsi d’acqua è cambiata perché abbiamo progressivamente ridotto la loro capacità di evolvere naturalmente e di occupare gli spazi laterali propri della dinamica fluviale.

In merito a questo aspetto, è importante ricordare che la morfologia fluviale fa parte di un importante ecosistema che include specie che dipendono direttamente dagli ambienti acquatici e ripariali, tra cui mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e numerose specie ittiche. La vegetazione riparia e il materiale vegetale in alveo sono importanti perché contribuiscono a mantenere la continuità ecologica, costituendo siti di rifugio e alimentazione per moltissime specie.

Rischio idrogeologico - Intervento di taglio e ripulitura delle fasce riparie
Intervento di taglio e ripulitura delle fasce riparie (1 di 2)
Rischio idrogeologico - Intervento di taglio e ripulitura delle fasce riparie
Intervento di taglio e ripulitura delle fasce riparie (2 di 2)

Inoltre, come emerge dal Rapporto ISPRA n. 353/2021, “Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati, l’urbanizzazione spintasi fino ai margini dei corsi d’acqua ha reso rischiose esondazioni che, in passato, potevano non produrre danni rilevanti. Il punto, quindi, non è solo che i fiumi siano cambiati, ma che è cambiato il territorio intorno ai fiumi: si è costruito e impermeabilizzato, concentrando la popolazione e i beni in aree naturalmente vulnerabili. È così che l’aumento dell’esposizione ha amplificato il danno potenziale associato agli eventi idraulici.

Su questo fronte insiste anche il Rapporto SNPA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025, che collega direttamente il consumo di suolo e l’impermeabilizzazione alla perdita di servizi ecosistemici fondamentali. Tra questi rientra la capacità del suolo di infiltrare, trattenere e regolare le acque meteoriche. Modificando il territorio attorno ai corsi d’acqua non abbiamo soltanto aumentato l’esposizione di persone e beni, ma abbiamo anche ridotto la capacità naturale del suolo di assorbire e rallentare l’acqua.

Rischio idrogeologico - Atlante fotografico dal Rapporto ISPRA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025”
Atlante fotografico dal Rapporto ISPRA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025”

La situazione di rischio idrogeologico in Abruzzo

Guardando al più recente Rapporto ISPRA “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio, Edizione 2024, pubblicato nel 2025, l’Abruzzo risulta avere il 100% dei comuni interessato da almeno una tra le classi di pericolosità da frana, idraulica, erosione costiera e/o aree valanghive.

Per quanto riguarda le frane, in Abruzzo le superfici in aree a pericolosità elevata e molto elevata raggiungono 1.671 km², pari a circa il 15,4% del territorio regionale; considerando anche le altre classi e le aree di attenzione, la superficie classificata arriva a oltre 2.486 km², circa il 23% del territorio. È un quadro che segnala una forte incidenza della componente geomorfologica del dissesto, con un peso marcato nelle province di Chieti e L’Aquila in valori assoluti, e di Chieti in termini percentuali.

Rischio idrogeologico - Aree PAI individuate in Abruzzo
Aree PAI individuate in Abruzzo

Anche la popolazione esposta a frane conferma la rilevanza del fenomeno. Secondo gli indicatori ISPRA, in Abruzzo circa 64.677 residenti ricadono in aree a pericolosità elevata e molto elevata, mentre considerando anche le altre classi e le aree di attenzione si arriva a 92.857 abitanti, con la provincia di Chieti che presenta il valore assoluto più alto, seguita da L’Aquila, mentre Teramo e Pescara mostrano numeri inferiori ma comunque significativi.

Rispetto alla popolazione esposta ad alluvioni, i dati ISPRA mostrano una pressione più marcata nelle aree vallive e costiere, con un peso particolare della provincia di Pescara negli scenari di pericolosità alta e media, dove si raggiungono complessivamente 90.862 abitanti esposti. Anche Chieti e Teramo mantengono valori rilevanti, mentre L’Aquila appare comparativamente meno esposta sul piano idraulico rispetto a quello franoso.

Prevedibilmente, nell’interno montano pesa di più la componente franosa, mentre nella fascia più urbanizzata e nelle aree di fondovalle e di pianura emergono maggiormente le criticità alluvionali.

Cosa possiamo dedurre dai dati

La prima conclusione è che il quadro di rischio in Abruzzo non può essere ricondotto alla sola manutenzione degli alvei. Una parte molto consistente del problema riguarda processi geomorfologici di versante e non può essere spiegata, né tantomeno risolta, con il solo richiamo alla “pulizia dei fiumi”.

C’è poi un aspetto decisivo, che riguarda il modo con cui si definiscono gli indicatori, ossia con la combinazione tra fenomeni potenzialmente dannosi e concentrazione di persone, edifici, attività e patrimonio nei territori vulnerabili. La manutenzione fluviale può incidere localmente sulla funzionalità idraulica, ma non esaurisce affatto il significato di rischio, in quanto il danno non aumenta soltanto perché si verifica l’evento, ma perché cresce l’esposizione del territorio e della popolazione.

Di conseguenza, l’esposizione cresce quando il consumo di suolo e l’urbanizzazione avanzano in aree fragili o naturalmente predisposte. L’espansione urbana a ridosso dei corsi d’acqua ha accresciuto il rischio, mentre l’impermeabilizzazione del suolo ha ridotto la sua capacità di assorbire e trattenere l’acqua, indebolendo quel naturale “effetto spugna” che contribuisce a mitigare i deflussi.

I dati, dunque, mostrano con chiarezza che il rischio idraulico e il dissesto dipendono da un insieme ampio di fattori: pericolosità naturale, assetto geomorfologico, urbanizzazione, esposizione di popolazione e beni, e conseguentemente qualità della pianificazione e della gestione territoriale.

Come affrontare il problema

I dati mostrano che in Abruzzo frane, alluvioni, erosione e dissesto non riguardano episodi isolati, ma un assetto territoriale strutturalmente fragile. In un contesto simile, continuare a leggere l’emergenza come conseguenza della sola mancata pulizia dei fiumi significa rimuovere le cause più profonde, ossia il modo in cui abbiamo trasformato i margini fluviali e ridotto la capacità del territorio di assorbire, trattenere e distribuire l’acqua.

La pianificazione attuale riconosce la necessità di mantenere o recuperare condizioni di equilibrio dinamico dell’alveo e di migliorare la capacità di invaso delle piene. Questo significa che il tema non è soltanto rendere più efficiente il deflusso, ma consentire al sistema fluviale di svolgere le sue funzioni di regolazione; in questo senso affrontare il rischio idraulico significa anche arrestare o ridurre il consumo di suolo nelle aree fragili e ripensare l’espansione urbana.

In questa prospettiva, la domanda non è se i fiumi siano abbastanza puliti, ma se siano nelle condizioni di svolgere le loro funzioni. Un corso d’acqua naturale può contribuire a mitigare il rischio quando ha aree laterali in cui espandersi, vegetazione riparia, suoli capaci di infiltrare l’acqua, piane alluvionali e interventi di manutenzione coerenti con la sua morfologia. È per questo che gli interventi sui corsi d’acqua dovrebbero essere selettivi, motivati e integrati con la lettura morfologica del territorio.

Scritto da Irene Petrucci

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