Se il primo articolo di questa rubrica prendeva le mosse da un volume di pianificazione ambientale, il secondo nasce invece da un ricordo personale, che credo sia condiviso da molti della mia generazione. Alle scuole elementari, circa quarant’anni fa, ci portarono in classe uno schedario faunistico: dieci cartelline illustrate, ciascuna con quattro specie, dedicate a diversi gruppi: rapaci diurni, rapaci notturni, anatidi e rallidi, trampolieri, galliformi, passeriformi e piciformi, specie migratorie, ungulati, carnivori e roditori. Non si tratta di un grande classico della letteratura naturalistica, ma lo considero comunque prezioso: rileggerlo oggi consente di verificare come sono evoluti i dati faunistici, e di confrontare le prospettive di allora con i risultati raggiunti grazie alle politiche di conservazione.
Ricordo ancora bene il momento in cui portarono queste schede: ce le presentò un ragazzone moro, con una barba folta, che solo molti anni dopo ho avuto modo di conoscere personalmente. Era Fernando Di Fabrizio della Cogecstre, una figura che ha lasciato un segno importante nella divulgazione naturalistica e nella gestione delle aree protette in Abruzzo.
Il mio interesse si concentrò soprattutto sulle schede riguardanti gli ungulati e i carnivori, con un’attenzione specifica al lupo. A distanza di decenni, rileggerle oggi è un vero esercizio critico, perché ci permettono di capire quanto cammino sia stato fatto nella conservazione della fauna abruzzese.
Nella scheda degli ungulati, il camoscio d’Abruzzo compariva con appena 500 individui, presenti esclusivamente nel Parco Nazionale d’Abruzzo (oggi Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). La scheda auspicava la sua reintroduzione sul Gran Sasso e sulla Maiella: un obiettivo che, nel tempo, è diventato realtà, grazie a programmi di conservazione mirati e alla creazione di nuove aree protette. Oggi il camoscio non solo è tornato a vivere in quei massicci, ma è stato reintrodotto anche nel Sirente-Velino, raggiungendo numeri ben più consistenti e stabili. È una dimostrazione concreta di come l’istituzione dei parchi e l’applicazione rigorosa delle norme sulla fauna abbiano prodotto risultati tangibili.
Il quadro era simile anche per gli altri ungulati: il cervo contava circa 250 esemplari, anch’essi confinati al Parco d’Abruzzo, mentre oggi la specie è presente in gran parte del territorio regionale con popolazioni solide.

Ancora più sorprendente è la storia del capriolo: appena 50 individui censiti nel Parco, contro la diffusione pressoché ubiquitaria di cui possiamo parlare oggi.

Sul fronte dei carnivori, la situazione era ancor più drammatica. La scheda descriveva il lupo come ridotto a “poche decine di esemplari”. Oggi, invece, parliamo di diverse centinaia di individui, anch’essi ormai diffusi in tutto l’Abruzzo, protagonisti di un ritorno che ha fatto scuola a livello europeo. Un dettaglio della scheda fa sorridere e riflettere: vi si legge che, essendo “particolarmente protetti”, chi avesse ucciso un lupo rischiava una multa superiore alle 500.000 lire. Un segnale di come già allora si cercasse di dare forza alla tutela legale, pur in un contesto in cui la sensibilità diffusa era ben diversa da quella odierna.

A completare questo quadro, è interessante richiamare quanto emerge dagli atti di una tavola rotonda sul futuro del lupo nella Regione dei Parchi tenutosi a Teramo nel 2002 (magari sarà oggetto di un altro articolo), dove i professori Luigi Boitani e Paolo Ciucci citano uno studio condotto da Patalano e Lovari nel Parco Nazionale d’Abruzzo tra il 1981 e il 1983. Analizzando 136 escrementi, la ricerca mostrava che il 45% delle prede era costituito da capriolo e cervo, mentre gli ungulati domestici rappresentavano il 38%. Questo dato è significativo per almeno due motivi. Da un lato dimostra che, anche in un’epoca in cui le popolazioni di cervi e caprioli erano ridottissime, il lupo mostrava già una chiara preferenza per le prede selvatiche. Dall’altro lato, rivela come le dinamiche ecologiche tra predatore e prede fossero in atto già allora, e come la ricostituzione delle popolazioni di ungulati abbia successivamente reso più stabile e naturale questo equilibrio.
Rileggere oggi quelle schede, nate come strumento di educazione ambientale nelle scuole, significa misurare concretamente i progressi compiuti. Significa anche riconoscere il valore lungimirante di chi, già negli anni Ottanta, scommetteva sull’educazione, sulla pianificazione e sulla protezione legale come strumenti per cambiare il destino della fauna e dei territori.
