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Rileggere i classici della pianificazione e della conservazione ambientale: il caso Gran Sasso

Questo articolo inaugura una nuova rubrica dedicata alla riscoperta di testi che hanno segnato la storia della conservazione della natura, della pianificazione ambientale e della gestione delle aree protette.. L’idea è di tornare a sfogliare pagine che hanno fatto la storia del pensiero ambientale in Italia, per comprendere come si affrontavano i problemi in passato, quali visioni guidavano la pianificazione e, soprattutto, per verificare cosa di quelle idee sia stato effettivamente attuato. Non si tratta di un esercizio di nostalgia, ma di uno strumento critico: riconsiderare la tradizione per valutare le conquiste, le mancanze e le lezioni ancora valide oggi.

Un volume pionieristico sul Gran Sasso

Il primo volume di cui voglio parlare è Progetto Gran Sasso. Metodologia per la pianificazione della tutela e della valorizzazione di un’area montana di alto valore ambientale di Gian Ludovico Rolli e Bernardino Romano dell'Università degli Studi dell'Aquila, scritto nel 1988 e che rappresenta un esempio emblematico di innovazione culturale e tecnica. Pur collocandosi in un contesto normativo molto diverso da quello attuale, proponeva già allora strumenti e criteri che, se opportunamente aggiornati, risultano ancora utilizzabili. Con l’avvento delle tecnologie GIS e la disponibilità di banche dati geografiche, molti dei metodi di analisi descritti nel libro potrebbero essere riprodotti oggi con maggiore precisione, ma senza alcuna perdita di significato. In un certo senso, si potrebbe dire che il testo abbia anticipato di decenni approcci che sarebbero poi diventati standard nella pianificazione ambientale e paesaggistica.

Idee innovative e ancora attuali

Il cuore del volume è una metodologia di analisi che mette insieme aspetti geomorfologici, naturalistici, storico-culturali e socio-economici. L’idea era che la conservazione non potesse essere trattata separatamente dallo sviluppo locale, e che le scelte di tutela dovessero integrarsi con le esigenze delle comunità residenti. In questo quadro si colloca la zonizzazione in cinque classi di valore ambientale, che anticipava il modello oggi consolidato dei parchi nazionali, distinguendo le aree da preservare integralmente da quelle destinate a un uso guidato o controllato. Particolare attenzione veniva data alle attività turistiche e ricreative: escursionismo, campeggio, alpinismo, pesca, agriturismo, sci di fondo e di discesa venivano analizzate una per una, valutando non solo gli spazi idonei, ma anche le infrastrutture necessarie e i possibili conflitti con agricoltura, foreste o aree protette.

Un aspetto di grande modernità era il concetto di “standard di saturazione”. Per ogni attività venivano proposti limiti quantitativi di presenza umana, espressi in termini di persone per ettaro o per chilometro, oltre i quali il territorio avrebbe subito un degrado non più reversibile. È un’idea che oggi si traduce nei modelli di capacità di carico turistica e negli indicatori di sostenibilità, ma che a quel tempo costituiva una vera innovazione.

Il libro dedicava anche spazio alla struttura insediativa, distinguendo tra residenzialità stabile, seconde case e ricettività turistica. Con dati tratti dal censimento del 1981, gli autori mettevano in evidenza l’enorme potenziale rappresentato dal patrimonio edilizio abbandonato nei comuni montani, proponendone il recupero come alternativa alla costruzione di nuove volumetrie. Anche in questo caso si trattava di un’intuizione lungimirante: valorizzare i borghi e i casali rurali piuttosto che consumare nuovo suolo, anticipando in parte ciò che oggi viene definito “rigenerazione territoriale”.

Un’altra sezione di rilievo era dedicata alla valutazione di impatto ambientale, vista non come ostacolo burocratico, ma come momento di verifica e compatibilizzazione degli interventi. Si distingueva tra la valutazione di compatibilità territoriale, con una visione sistematica delle potenzialità d’uso dei siti, e la valutazione di impatto dei singoli progetti. All’epoca l’Italia non disponeva ancora di una normativa chiara, ma già si faceva riferimento alle esperienze internazionali e alle prime direttive comunitarie, nonché al progetto di legge regionale abruzzese che introduceva l’obbligo di studio di impatto per alcune categorie di opere.

Cosa è stato attuato e cosa no

Naturalmente non tutte le idee contenute nel volume hanno trovato attuazione. Alcune intuizioni hanno avuto un successo evidente: la zonizzazione è divenuta uno strumento cardine nei piani dei parchi, la valutazione di impatto ambientale è oggi parte integrante di ogni progetto rilevante, la nozione di limiti di carico turistico ha influenzato almeno in parte le pratiche di gestione delle aree protette. Altri elementi, però, sono rimasti sulla carta. Gli standard di saturazione, ad esempio, non sono stati mai applicati in maniera sistematica. Il recupero del patrimonio edilizio montano si è sviluppato in modo disomogeneo, lasciando spesso campo libero a dinamiche immobiliari poco coerenti con gli obiettivi di tutela. Soprattutto, l’idea di una pianificazione realmente interdisciplinare e partecipata, in cui comunità locali, scienziati e amministratori avrebbero dovuto lavorare insieme, è rimasta più un auspicio che una realtà consolidata.

Dalla visione alla realtà

Rileggere questo volume oggi significa riconoscerne il carattere pionieristico. Dimostra come già quarant’anni fa esistesse la consapevolezza che la conservazione della natura non potesse limitarsi al vincolo, ma dovesse farsi progetto, metodo e visione di sviluppo. È un monito e un incoraggiamento: ricordarci che molte delle sfide di oggi erano già state comprese e discusse, e che la loro piena attuazione richiede non solo strumenti tecnici, ma anche volontà politica e capacità di dialogo tra chi tutela e chi abita i territori.

La previsione di istituire un parco naturale sul Gran Sasso si è concretizzata con l’istituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a pochi anni di distanza dalla pubblicazione del volume. In questo senso, il lavoro può essere considerato un documento precursore, capace di influenzare e anticipare politiche che sarebbero divenute realtà.

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Scritto da Mauro Fabrizio

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