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Oltre duemila taxa nel Parco Sirente-Velino: cosa ci dice il nuovo studio floristico

C’è un dato che, da solo, racconta meglio di molti discorsi il valore naturalistico del Parco Regionale Sirente-Velino: nel suo territorio sono stati censiti 2066 taxa di flora vascolare, tra specie e sottospecie. In pratica, in un’area di circa 55.000 ettari, nel cuore dell’Appennino abruzzese, è presente circa il 20,6% dell’intera flora italiana.

È quanto emerge dall’articolo scientifico The Vascular Flora of Sirente-Velino Regional Park (Abruzzo, Central Italy), pubblicato nel 2026 sulla rivista Biology da Fabio Conti, Igino Chiuchiarelli, Marinella Miglio, Bruno Petriccione, Bruno Santucci e Fabrizio Bartolucci. Lo studio rappresenta il primo inventario completo e aggiornato della flora vascolare del Parco Regionale Sirente-Velino, costruito attraverso un lavoro imponente di raccolta, revisione e sistematizzazione dei dati floristici.

Un inventario floristico costruito in oltre trent’anni

Il lavoro si basa su rilievi di campo effettuati tra il 1990 e il 2025, con una fase particolarmente sistematica negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, grazie a specifici finanziamenti del Parco. A questi dati si aggiungono l’analisi della letteratura scientifica, la revisione di campioni d’erbario conservati in diverse collezioni e l’organizzazione delle informazioni in un apposito geodatabase.

In totale sono stati considerati 297 rilievi di campo, 250 pubblicazioni scientifiche e 4136 campioni d’erbario. Non siamo quindi di fronte a una semplice lista di specie, ma a una vera base conoscitiva per la conservazione, la pianificazione e il monitoraggio della biodiversità vegetale del Parco.

Questo aspetto è particolarmente importante perché gli inventari floristici, spesso considerati lavori “classici” o puramente descrittivi, sono in realtà strumenti fondamentali per la gestione degli ecosistemi. Senza sapere quali specie sono presenti, dove si trovano e quali sono rare, minacciate o in espansione, è impossibile definire priorità di conservazione realmente efficaci.

Una biodiversità superiore alle attese

Uno degli elementi più interessanti dello studio è il confronto tra la ricchezza floristica osservata e quella attesa sulla base dei modelli specie-area. Secondo le elaborazioni degli autori, la flora nativa del Sirente-Velino risulta superiore del 50,8% rispetto alle attese, mentre la flora aliena è inferiore del 5,6%.

Questo significa due cose.

La prima è che il Parco possiede una straordinaria eterogeneità ambientale. In uno spazio relativamente contenuto si alternano massicci montuosi oltre i 2000 metri, altopiani carsici, gole rupestri, praterie montane e subalpine, ambienti umidi, faggete, querceti, versanti aridi e aree steppiche. Questa varietà di ambienti crea un mosaico ecologico capace di ospitare un numero molto elevato di specie.

La seconda è che, nonostante la presenza di attività umane e infrastrutture, il territorio conserva ancora un buon livello di integrità ecologica. La minore incidenza delle specie aliene rispetto alle attese è infatti interpretata dagli autori come un segnale positivo, legato alla prevalente natura montuosa dell’area, alla bassa densità abitativa e al limitato disturbo antropico in molte porzioni del Parco.

Endemismi, specie rare e relitti biogeografici

Il Parco Regionale Sirente-Velino non è importante solo per il numero complessivo di specie. Lo è anche, e forse soprattutto, per la qualità biogeografica della sua flora.

Lo studio segnala la presenza di 169 taxa endemici italiani, molti dei quali limitati all’Appennino centrale o all’Abruzzo. Alcuni taxa risultano addirittura esclusivi del Parco o delle aree immediatamente circostanti. È il caso, ad esempio, di entità come Hieracium lycopifolium subsp. ocreanum, Hieracium prenanthoides subsp. lissocorium e Sedum aquilanum.

Durante le indagini sono stati inoltre segnalati 234 taxa per la prima volta nel territorio del Parco. Cinque di questi rappresentano nuove segnalazioni, o conferme, per la flora regionale abruzzese: Alchemilla alpinula, Alchemilla obtusa, Alchemilla vulgaris, Hyacinthoides non-scripta e Salsola tragus.

Non mancano poi specie di straordinario interesse fitogeografico, legate a distribuzioni disgiunte, popolazioni isolate o antiche dinamiche climatiche. Il Parco ospita, ad esempio, la sola popolazione italiana nota di Geum heterocarpum, recentemente riscoperta nell’area di studio, con circa 50 individui. Queste popolazioni isolate non sono semplici curiosità botaniche: rappresentano tracce viventi della storia climatica e biogeografica dell’Appennino.

Il ruolo fondamentale degli altopiani carsici

Tra gli ambienti più preziosi del Sirente-Velino emergono con forza gli altopiani carsici, come l’Altopiano delle Rocche, i Piani di Pezza, Campo di Rovere e la Piana di Ovindoli.

Questi ambienti ospitano praterie meso-igrofile di grande valore ecologico, spesso legate a condizioni idrologiche delicate e a microhabitat molto specifici. Qui si trovano specie rare, minacciate o protette, tra cui Klasea lycopifolia, specie prioritaria della Direttiva Habitat.

Proprio le comunità vegetali dominate da Klasea lycopifolia sono state descritte come una peculiare associazione vegetale dell’Appennino centrale, il Lathyro asphodeloidis-Klaseetum lycopifoliae. Questo dato conferma il ruolo del Sirente-Velino non solo come area ricca di specie, ma anche come territorio in cui si conservano comunità vegetali rare e di grande valore conservazionistico.

Le specie minacciate e le pressioni da gestire

Lo studio evidenzia che 189 taxa presenti nel Parco sono inclusi nelle Liste Rosse della flora italiana. Tra questi, 18 rientrano in categorie di minaccia rilevanti: 4 sono classificati come Critically Endangered, 11 come Endangered e 3 come Vulnerable.

Le principali pressioni individuate dagli autori variano in funzione degli habitat.

Per le specie degli ambienti umidi, le minacce principali sono le captazioni idriche, l’abbassamento della falda e il sovrapascolo localizzato. Per le specie rupicole e d’alta quota, il fattore più preoccupante è il cambiamento climatico, che può modificare in modo profondo la disponibilità di habitat idonei. Per le specie degli ambienti steppici, un problema specifico è rappresentato dall’espansione di conifere non indigene utilizzate in passato per interventi di rimboschimento, in particolare Pinus nigra.

Sono pressioni diverse, ma accomunate da un aspetto: richiedono una gestione puntuale, basata su dati aggiornati e su una conoscenza fine del territorio.

Flora aliena: situazione ancora sotto controllo, ma attenzione a Senecio inaequidens

Nel Parco sono stati censiti 122 taxa alieni, di cui 48 naturalizzati e 11 invasivi. Il numero complessivo è relativamente contenuto, soprattutto se confrontato con l’elevata ricchezza della flora nativa.

L’unica specie aliena di rilevanza unionale segnalata nello studio è Ailanthus altissima, l’ailanto, presente soprattutto in ambienti sinantropici, lungo strade e vicino agli abitati. La sua eradicazione viene considerata logisticamente complessa, proprio per la distribuzione legata ad aree fortemente antropizzate.

Più interessante, dal punto di vista gestionale, è il caso di Senecio inaequidens. Questa specie non è ancora molto diffusa nel Parco ed è perlopiù localizzata lungo i margini stradali. Proprio per questo gli autori evidenziano la possibilità di intervenire tempestivamente, prima che possa espandersi in ambienti naturali o seminaturali di pregio. Da segnalare anche il rinvenimento di alcuni individui a circa 1900 metri di quota, nei pressi di un impianto sciistico: la quota più elevata finora registrata per questa specie nell’Appennino.

Un lavoro scientifico che deve diventare gestione

Il valore principale di questo studio non sta soltanto nell’aver prodotto una fotografia aggiornata della flora del Parco. Sta soprattutto nell’aver costruito una base di conoscenza utilizzabile per le scelte future.

L’inventario floristico può supportare:

  • il monitoraggio delle specie rare e minacciate;
  • la definizione delle priorità di conservazione;
  • la gestione degli habitat Natura 2000;
  • gli obblighi di reporting previsti dalla Direttiva Habitat;
  • il controllo precoce delle specie aliene invasive;
  • la valutazione degli effetti dei cambiamenti climatici sugli ambienti d’alta quota e sugli ecosistemi umidi.

In un momento storico in cui la biodiversità è sottoposta a pressioni crescenti, lavori di questo tipo sono essenziali. Non si può proteggere ciò che non si conosce. E il Sirente-Velino, alla luce di questi dati, si conferma non solo come una delle aree più importanti d’Abruzzo, ma come uno dei grandi hotspot floristici d’Europa.

Quindi il lavoro pubblicato su Biology non aggiunge solo un dato quantitativo alla conoscenza del Parco. Fornisce una base aggiornata per orientare monitoraggi, misure di conservazione e scelte gestionali.

Scritto da Mauro Fabrizio

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