Da appassionato di sport seguo le Olimpiadi da sempre. Mi ha sempre affascinato tutto ciò che ruota attorno ai grandi eventi sportivi: il logo, le strutture, l’abbigliamento, l’organizzazione. Ogni elemento contribuisce a raccontare il tempo in cui quei Giochi si svolgono. Per il lavoro che faccio, l’attenzione si concentra inevitabilmente anche sulla sostenibilità ambientale. E in questi Giochi, così come nei precedenti di Parigi, il tema della sostenibilità è stato centrale nella comunicazione e nel racconto dell’evento.
Il primo elemento che colpisce è il logo ufficiale, FUTURA. Secondo la descrizione fornita dagli organizzatori, il segno rappresenta il gesto di un dito che disegna il numero “26” sulla neve appannata. Un gesto semplice, privo di inchiostro, che intende simboleggiare sostenibilità, inclusione e parità. Il tratto bianco, definito come “non colore”, richiama l’idea di neutralità e di inclusione di tutti gli atleti, mentre la leggerezza del segno vorrebbe evocare un futuro costruito attraverso azioni semplici e con un impatto minimo sull’ambiente.
È una narrazione chiara e coerente sul piano simbolico. La sostenibilità viene rappresentata come capacità di “lasciare meno tracce” e di attraversare un territorio senza segnarlo in modo permanente. Proprio perché il messaggio è esplicito, vale la pena confrontarlo con la documentazione tecnica e procedurale che accompagna l’organizzazione dei Giochi.
Il Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina 2026 è stato sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e a Valutazione di Incidenza, come previsto dalla normativa vigente. Dai documenti emerge un impianto metodologico articolato, che riconosce le principali pressioni ambientali associate all’evento e definisce un insieme di misure di mitigazione e gestione. La sostenibilità è assunta come obiettivo esplicito del Programma, insieme alla sicurezza, alla funzionalità e alla riuscita complessiva delle competizioni.
È importante sottolineare che la VAS riguarda il Programma di organizzazione dei Giochi, ovvero l’insieme delle attività temporanee necessarie allo svolgimento dell’evento: allestimenti, servizi, logistica, trasporti, ecc. Le opere infrastrutturali permanenti, pur costituendo il contesto indispensabile per l’evento, sono invece valutate attraverso procedure autonome e non rientrano direttamente nel perimetro del Programma.
Questa distinzione è formalmente corretta ed è chiaramente esplicitata nei documenti. Allo stesso tempo, la stessa documentazione riconosce che gli effetti ambientali più rilevanti non derivano dai singoli interventi considerati isolatamente, ma dalla loro combinazione nello spazio e nel tempo. Il tema degli impatti cumulativi è affrontato in modo esplicito, proprio perché l’evento si inserisce in territori montani caratterizzati da equilibri ecologici delicati e da una capacità limitata di assorbire ulteriori pressioni.
In questo contesto si colloca una delle questioni più sensibili per gli sport invernali contemporanei: l’innevamento programmato. Nei documenti viene trattato come un servizio tecnico necessario a garantire lo svolgimento delle competizioni in condizioni di sicurezza e regolarità. Non viene presentato come una soluzione ecologica, ma come una risposta funzionale a condizioni climatiche sempre più variabili. Dal punto di vista procedurale, i consumi idrici ed energetici associati all’innevamento vengono stimati, valutati e mitigati attraverso misure specifiche.
Il punto critico non è quindi l’esistenza dell’innevamento artificiale, né la sua regolamentazione. È il suo significato sistemico. La neve, da elemento naturale su cui lo sport si appoggiava temporaneamente, diventa una risorsa tecnica da produrre, gestire e mantenere. Questo comporta un incremento strutturale degli input necessari affinché lo sport invernale possa continuare a svolgersi secondo standard elevati.
È qui che il confronto tra simbolo e realtà diventa interessante. L’immagine di una traccia leggera sulla neve, destinata a scomparire, convive con un modello organizzativo che richiede infrastrutture, energia, acqua e adattamenti continui. I documenti non negano questa complessità, anzi la riconoscono, ma la affrontano attraverso strumenti di gestione e mitigazione più che attraverso una revisione del modello di fondo.
La sostenibilità che emerge dalla documentazione non è quindi un’assenza di impatto, ma una ricerca di compatibilità all’interno di un sistema che resta energivoro e tecnicamente dipendente da condizioni ambientali sempre più difficili da garantire. È una sostenibilità condizionata, che funziona finché è possibile compensare, mitigare, ottimizzare.
In questo senso, il nodo non è stabilire se Milano-Cortina 2026 abbia o meno buone intenzioni, né se le procedure ambientali siano state svolte correttamente. I documenti mostrano attenzione, consapevolezza e un impegno reale nel contenere gli effetti negativi. La domanda più ampia riguarda piuttosto il significato che attribuiamo oggi alla parola “sostenibilità”, soprattutto quando viene applicata a grandi eventi sportivi invernali.
Forse la sfida non è dimostrare che un evento di questo tipo sia sostenibile in senso assoluto, ma riconoscere con maggiore onestà i limiti entro cui questa sostenibilità può essere perseguita. In un contesto climatico in rapido cambiamento, anche lo sport è chiamato a interrogarsi non solo su come adattarsi, ma su quanto e fino a che punto sia sensato continuare a farlo senza ripensare i propri presupposti.
