Ricordo bene quando furono pubblicate le Linee Guida Nazionali sulla Valutazione di Incidenza Ambientale dell'allora Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (adesso Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica). Con alcuni colleghi le accogliemmo con un misto di interesse e cautela. Da un lato, era evidente l’intento positivo del Ministero: valorizzare lo screening, rendere più efficiente l’iter autorizzativo, alleggerire i procedimenti quando possibile. Dall’altro, non potevamo ignorare un certo squilibrio: lo spazio attribuito allo screening ci sembrava forse troppo ampio, e temevamo che avrebbe potuto portare a un uso eccessivo, o peggio ancora distorto, di questo strumento.
A distanza di tempo, purtroppo, quella preoccupazione sembra essersi concretizzata. In diversi contesti, lo screening viene caricato di compiti che non gli spettano, snaturandone la funzione e confondendo i ruoli tra proponente, redattore e valutatore. Questo articolo nasce proprio da lì: dal bisogno di fare il punto su un nodo che oggi è sotto gli occhi di molti tecnici, e di cui, forse, è arrivato il momento di discutere apertamente.
Ai sensi delle Linee Guida Nazionali per la Valutazione di Incidenza (pubblicate nella Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre 2019), lo screening rappresenta il Livello I della VIncA, ovvero una verifica preliminare tesa a stabilire se un piano, programma, progetto, attività o intervento possa avere incidenze significative su un sito Natura 2000. Si tratta di un filtro iniziale, finalizzato a individuare le implicazioni potenziali di un’attività rispetto agli obiettivi di conservazione del sito e a stabilire se sia necessario procedere alla valutazione appropriata (Livello II).
Le Linee Guida chiariscono in modo inequivocabile che:
“Lo screening non richiede uno Studio di Incidenza e non può prevedere misure di mitigazione.”
E ancora:
“Il proponente deve essere sollevato da ogni onere connesso al reperimento di informazioni sulle peculiarità del sito Natura 2000,
Il Ministero dell'Ambiente ha cercato, con equilibrio, di valorizzare lo screening non solo come strumento di filtro, ma anche come spazio per applicare prevalutazioni, condizioni d’obbligo e approcci proporzionati al tipo di impatto atteso. È un modo per evitare che interventi a impatto trascurabile vengano ingiustamente appesantiti da valutazioni complesse e ridondanti. Ma questa opportunità si basa su un presupposto: il rispetto dei confini tra i livelli procedurali.
In alcuni casi, invece, lo screening viene accompagnato da nulla osta o pareri favorevoli contenenti prescrizioni dettagliate, che spaziano da obblighi di monitoraggio post-intervento a eradicazioni triennali di specie invasive, da rilievi faunistici preliminari alla sospensione stagionale dei lavori.
Tutto questo, è bene ricordarlo, nel contesto di una fase che non dovrebbe contenere misure di mitigazione.
Il paradosso è evidente: si dice che l’intervento non genera incidenza significativa (quindi non serve una VIncA appropriata), ma al tempo stesso si prescrivono azioni tecniche e gestionali che presuppongono, di fatto, un impatto da mitigare.
Un ulteriore elemento critico riguarda la confusione di competenze tra proponente, redattore e valutatore. Succede che:
A quel punto viene da chiedersi: com’è possibile che al redattore si richieda rigore formale, fonti certe, citazioni normative e coerenza metodologica, mentre il valutatore possa prescrivere misure tecniche senza avere in mano uno studio completo e senza accollarsi la responsabilità di una procedura formale?
Questa inversione metodologica produce effetti molto concreti:
Semplificare non significa banalizzare. Lavorare per rendere lo screening efficace e operativo è un obiettivo condivisibile, ma va fatto nel rispetto dei ruoli, delle competenze e dei livelli procedurali. Nessun tecnico pretende che ogni progetto vada a VIncA appropriata, ma se si ravvisano elementi di potenziale incidenza, allora la strada corretta è quella della valutazione approfondita, non quella della prescrizione anticipata.
Il rischio, altrimenti, è quello che viviamo oggi: uno screening che non è più screening, una VIncA che perde credibilità, e una filiera di valutazione ambientale che si frammenta tra adempimenti formali e decisioni sostanzialmente arbitrarie.
Nel frattempo, chi redige con serietà gli studi si trova stretto tra l’obbligo di rispettare linee guida precise e il dover subire valutazioni informali che, pur senza studio alla mano, impongono misure tecniche dettagliate.
