Negli ultimi anni il cinghiale è diventato un problema quotidiano. Non più confinato alle campagne o ai margini dei boschi, ma presente nei parchi urbani, nelle periferie, lungo le strade, spesso dentro le città. Una presenza che genera paura, incidenti, conflitti, e che rende evidente una cosa: la gestione di questa specie è sempre più difficile, soprattutto perché le risposte che continuiamo a dare sembrano non funzionare.
In questo contesto si inserisce un recente articolo scientifico del Professore Andrea Mazzatenta dell'Università D'Annunzio di Pescara-Chieti che analizza il caso italiano partendo da un’idea tanto semplice quanto scomoda: il problema del cinghiale non è solo il numero di animali, ma il modo in cui li gestiamo. È una posizione che merita attenzione, perché non nasce da opinioni o slogan, ma da una rilettura critica dei dati ufficiali utilizzati negli ultimi decenni per giustificare le politiche di contenimento.
Il lavoro mostra come, nonostante un aumento costante e massiccio degli abbattimenti, le popolazioni di cinghiale abbiano continuato a crescere. Non in modo episodico, ma con una dinamica coerente e persistente. Questo dato, già di per sé, dovrebbe far sorgere qualche dubbio sull’efficacia dell’approccio dominante. Ma l’aspetto più interessante dell’articolo non è la constatazione del fallimento, quanto il tentativo di spiegare perché questo fallimento sia strutturale.
Secondo l'autore, la pressione esercitata dalla caccia e dalle operazioni di controllo ha modificato profondamente la biologia delle popolazioni. Riducendo l’età media, spezzando i gruppi familiari e colpendo soprattutto gli individui adulti, la gestione ha favorito una risposta adattativa che porta a una maggiore riproduzione, a una maturità sessuale più precoce e a una popolazione sempre più giovane e mobile. In altre parole, invece di riportare il sistema verso un equilibrio, lo abbiamo spinto verso una dinamica di espansione continua.
Questo passaggio è centrale anche per capire quello che oggi osserviamo nelle città. I cinghiali non “invadono” gli spazi urbani perché improvvisamente li preferiscono, ma perché la frammentazione degli habitat, il disturbo continuo e la pressione venatoria li spingono a muoversi di più, a spostarsi fuori dai loro areali tradizionali, a cercare rifugio e risorse dove il rischio percepito è minore. Le aree urbane, con i loro divieti di caccia e la presenza costante di cibo, diventano paradossalmente luoghi più sicuri.
Qui emerge una delle grandi contraddizioni della gestione attuale. Più si intensificano le azioni di controllo in certi contesti, più aumentano i movimenti degli animali e, di conseguenza, il rischio di incidenti stradali e incontri indesiderati. È una dinamica che molti cittadini sperimentano direttamente, spesso senza sapere da cosa dipende. Non è raro vedere cinghiali attraversare strade trafficate o comparire in orari del tutto inattesi, anche nel pieno del pomeriggio. Episodi che non hanno nulla di “naturale”, ma che sono spesso la conseguenza indiretta di attività umane che inducono fuga e disorientamento.
Su questo punto bisogna essere onesti e allo stesso tempo prudenti. La caccia, nella memoria collettiva, era un’attività circoscritta nel tempo e nello spazio, praticata all’alba o al tramonto, con una pressione relativamente limitata. Oggi, soprattutto nel caso del cinghiale, la situazione è cambiata. Le battute e le azioni di controllo avvengono in fasce orarie molto più ampie, talvolta in prossimità di infrastrutture e aree frequentate. Non è una colpa individuale, ma un effetto sistemico di una gestione che cerca di rincorrere l’emergenza senza riuscire a governarla.
L’articolo scientifico ha il merito di mettere in relazione questi fenomeni, mostrando come la gestione basata quasi esclusivamente sugli abbattimenti produca effetti collaterali rilevanti, sia ecologici che sociali. E lo fa senza negare la complessità del problema, né proponendo soluzioni semplicistiche. Al contrario, evidenzia quanto sia difficile intervenire su una specie estremamente adattabile senza comprenderne a fondo i meccanismi fisiologici e comportamentali.
Da tecnico che ha lavorato su piani di gestione del cinghiale in aree protette, e che ha diretto una riserva naturale regionale, mi riconosco in questa lettura. Non perché fornisca risposte definitive, ma perché pone le domande giuste. La gestione faunistica non può ridursi a un aumento lineare degli abbattimenti. Deve interrogarsi sugli effetti a medio e lungo termine delle azioni intraprese, sul ruolo della struttura sociale delle popolazioni, sull’interazione con il territorio e con le comunità umane.
Il cinghiale è diventato un problema anche urbano perché è diventato un problema gestionale. Continuare a trattarlo come un bersaglio mobile rischia di aggravare proprio quelle situazioni che si vorrebbero risolvere: incidenti, conflitti, paura. Oggi nessuno mette più in dubbio l’esistenza del problema. La questione vera è capire se le risposte che continuiamo a dare siano quelle giuste, o se stiano contribuendo, magari in modo non intenzionale, a renderlo più complesso e difficile da governare.
Se c’è una lezione da trarre, è che la gestione della fauna selvatica richiede conoscenza, tempo e capacità di accettare la complessità. Senza questo, anche le soluzioni più “energetiche” rischiano di trasformarsi in nuove cause del problema.
